Il Cenacolo dei Poeti


Era successo che un viaggio programmato da mesi aveva deciso di accomodarsi mesto mesto in un angolo di Malpensa 2000, a guardare gli operatori di terra scioperare beati. Era successo che anche noi cinque avevamo deciso di passare tutta la giornata accampati in mezzo all’atrio del terminal 1, a cercare di consolare il nostro povero viaggio, che dal suo angolino proprio non voleva saperne di tirarsi su, di dare un bacio alla bionda speranza che continuava a chiamarlo piano dall’Avenida De La Libertade. Alla fine, poverino, aveva pianto tanto da sciogliersi nelle sue stesse lacrime, piovute dopo tre mesi di  siccità spietata sulle nebbie perenni del milanese, accompagnandoci così sulla via del ritorno in treno, increduli, incazzati e assetati di rivalsa.

Con la testa infilata nelle cuffie guardai il panorama devastato delle mie amicizie, nel filtro inesorabile e ritmato di Jarabe de Palo. Guardai il nuovo taglio di capelli di Alle, la barba fitta di Cico, i pantaloni marroni di Frank, il cappellino nero Ducati del Lupo. Li guardai a lungo, mentre Prince intonava allucinato Sign O’the Time innescando pericolosi anni ottanta nella mia fragile memoria di adolescente in ritardo sul treno del tempo.

- Ragazzi, porca troia… non può finire in questo modo, dobbiamo reagire, e che cazzo! La sfiga si è accanita su di noi, è fuori discussione. Ma non possiamo lasciarci andare così, cerchiamo almeno di divertirci un po’… non sarà Lisbona, ma non può neanche essere lutto a vita!

Mentre Alle schiudeva le labbra in un lungo sorriso di comprensione, sentii la vergogna dell’autocommiserazione farsi strada nelle coscienze di tutti e cinque, sentii l’orgoglio dei ventisette anni ribellarsi alla muffa dei rimpianti, alla statica contemplazione delle possibilità sfumate, al mesto riaffacciarsi nel quotidiano di mediocrità improvvisamente risorte allo spegnersi della carica vacanziera.

- Hai ragione, è inutile stare a piangersi addosso…

- Sapete cosa facciamo… andiamo a brindare alla sfiga! È una di noi, in fondo, giovane, dinamica, e piena di fantasia.

- Sì, è forte la sfiga. Ti sorprende sempre, non si stanca mai, è sempre al passo coi tempi… vale la pena di andare a festeggiare insieme, che ne dite?

- Una bella mangiata, di quelle da stare male e finire in gloria… e in figa, sfiga permettendo.

- Già… perché la sfiga è pure gelosa, alla sfiga non piace la figa, è provato, vuole tutta l’attenzione per sé…

- Però se la facciamo mangiare e bere molto, chissà, magari su questo può soprassedere, per una volta…

- Non si sa, forse. Comunque iniziamo con una bella mangiata, poi si vedrà. Dove andiamo?

Fu in quel momento che l’uomo seduto di fronte a me socchiuse gli occhi. Credevo dormisse. Invece socchiuse gli occhi, fulminandomi con uno sguardo azzurro come il cielo d’inverno. 

- Se volete, un buon locale ve lo posso suggerire io. Però è difficile trovare posto.

Parlava con un sorriso indecifrabile nascosto nella fitta barba bianca, da sopra una pancia imponente e ben portata. 

Cico reagì più velocemente di tutti, allargando un sorriso cordiale, mentre Alle ed io davamo inizio a un muto dialogo fatto di sguardi veloci e movimenti leggeri dei muscoli facciali.

- Conosce un locale adatto a una cena in onore della sfiga?

- Anzi, in compagnia della sfiga.

Era stato Alle a correggere il tiro. Giustamente.

- L’hanno aperto da poco, si chiama Il Cenacolo dei Poeti. E’ a conduzione familiare e… vi piacerà. Credo che ve lo meritiate.

- Ma cos’ha di particolare?

Il bianco signore accese una scintilla di malizia nello sguardo, mentre il treno rallentava, fermandosi nel cigolio ferroso che dava un tocco nostrano a Lady Gaga fra le mie attentissime orecchie.

- Fidatevi. Vi piacerà.

L’uomo si alzò, raccolse la sua roba e sparì senza salutare. L’agilità con cui si dileguò nella notte della stazione lasciò tutti a bocca aperta. 


Passarono alcune settimane, nel tacito accordo di cenare presto al Cenacolo dei Poeti, durante le quali ognuno riprese le consuete attività. Il mio telefonino squillò sull’aria di Bach proprio un attimo prima che il McBacon e le patatine si lasciassero convertire in ore di lavoro pomeridiano al servizio della banca. Sul display comparve, come ogni venerdì a quell’ora, la scritta “ALLE CEL”.

- Sei pronto per la serata? Finalmente ho trovato posto al Cenacolo dei Poeti, stasera si mangia con la sfiga.

- Dài, grande! Sono proprio curioso di vedere ‘sto posto. Dev’essere fantastico, se c’è voluto un mese per trovare un tavolo. Ma era sempre imballato?

- Sempre. Una cosa incredibile, ho trovato posto per caso stasera, prenotando Lunedì, e solo perché era stata annullata una precedente prenotazione.

- Non vorrei che poi si pagasse una cifra.

- Non so, ma a questo punto voglio proprio andarci, sono troppo curioso.

- Sì, anche io corro volentieri il rischio. E poi il tizio del treno mi ispirava fiducia, mi sembrava uno che di vita ne capisce.


Il Cenacolo dei Poeti, da fuori, sembrava una schifezza. Una porticina a vetri smerigliati di bassa qualità, una serranda semiabbassata, luci gialle e fioche nello stretto vicolo del centro storico, un cassonetto della spazzatura a pochi metri dall’ingresso.

Osservai la piccola insegna, serigrafata sulla vetrinetta, in caratteri piccoli, a malapena leggibili da un metro di distanza.

Il Cenacolo dei Poeti

- A parte il nome, che non è male, si direbbe un buco.

- Sì, da fuori non sembra il massimo… e non sembra neanche aperto, la serranda è mezza abbassata - precisò Frank.

Il Lupo ruppe gli indugi:

- Cazzo, andiamo a vedere! Buco o non buco, io c’ho fame.

Non aveva ancora finito di parlare che già la porta era aperta a mostrare l’interno del locale.

Deserto.

Due sale, piccole. Larghi tavoli di legno grosso e tarlato, tovagliette di carta bordeaux, luce al neon, bassa musica jazz.

Gli occhi di Frank fotografarono subito ogni angolo del locale, ogni mancanza di stile più o meno voluta, più o meno ricercata. Alla fine, il suo sguardo incontrò quello incolore di Cico. Poco entusiasmo nello spogliatoio, decisamente.

Ci venne incontro il padrone, un quarantenne di quasi due metri, capelli grigi lunghi e unti, un grosso culo stritolato nei jeans scuri, una bella pancia a tendere la camicia nera. Senza sorridere si limitò a chiedere la prenotazione, mostrandoci poi il tavolo. Per appoggiare le giacche, ci indicò una porta. Dentro, il guardaroba consisteva in un vecchio attaccapanni poco stabile, da raggiungere con un breve slalom fra cartoni di pomodori, scatolette di tonno e lattine di olio di semi. Un ripostiglio, insomma.

Alle tentò di spezzare una lancia:

- Beh, ci aveva detto che si trattava di una conduzione familiare… un po’ spartana, forse, ma in compenso si mangerà da dio… altrimenti non mi spiegherei tanto successo…

- A proposito, dove sono tutti i clienti? È vuoto…

- Mah, arriveranno dopo.


Mi sedetti proprio di fronte alla porta della cucina, spalancata su di un rilassante panorama fatto di pattumiere, stracci sporchi, pentolame annerito in ammollo e fumi di friggitrice nel viavai della cuoca, un donnone di almeno cento chili completamente vestito di bianco: pantaloni, grembiule e gigantesca t-shirt, sottile e semitrasparente sulle enormi tette lardose.

- Ragazzi, è un disastro. Quanto a immagine, conosco pochi posti peggiori di questo. Se non ci danno da mangiare il nettare degli dei, cerco il barbabianca e gli faccio un culo così.

Dopo diversi minuti, si avvicinò al nostro tavolo una ragazza bionda, probabilmente la figlia. Sui vent’anni, occhi chiari e mandibola leggermente arretrata. Carina, nel complesso, con un bel corpo da mostrare fra i bottoni della camicetta arabescata in rosso e l’aderenza convincente dei pantaloni scuri.

Un rapido incrocio di sguardi fu sufficiente a rivelare il generale apprezzamento. 

Lei sembrava timida, gli occhi bassi in attesa delle ordinazioni, freddina nella postura, piedi ben piantati a terra e taccuino difensivo giusto sopra la testa del Lupo, alla mia sinistra. Cico, signore come sempre, parlò a voce bassa e stabile:

- Potremmo avere un menu?

- Mi spiace, non li abbiamo, vi faccio io l’elenco dei primi. Dunque: pennette speck e rucola, tortelli di zucca, orecchiette al pomodoro e ricotta salata, trenette al pesto, spaghetti alla carbonara, risotto agli asparagi.

Aveva parlato in fretta, affettando le parole e ammucchiandole una sull’altra come fette di salame, confuse e salate. Fu necessario chiederle di ripetere la lista altre due volte prima di giungere all’ordinazione. Quanto alle bevande, alla mia richiesta di un vino bianco aromatico e strutturato, la ragazza si limitò a scrivere “vino bianco”.

- Anche il servizio non brilla di luce propria, la signorina avrebbe bisogno di un po’ di scuola alberghiera… 

- E di qualche pastiglia di simpatia… - aggiunse Alle.

- Più due o tre cucchiai di cortesia…  - rifinì Frank.

- Però è una bella fighetta. - concluse il Lupo sorridendo. L’assenso fu generalizzato, e ribadito dai numerosi sguardi posati sulle natiche ondeggianti della biondina, che continuava a passarci davanti diretta agli altri tavoli, che nel frattempo cominciavano a riempirsi. Non potei fare a meno di notare che la clientela maschile era in netta prevalenza: un gruppo di ragazzi simile al nostro pochi tavoli più in là, due distinti signori di fianco a noi, due o tre uomini soli negli angoli del locale. A pochi passi dal nostro tavolo, però, tre ragazze intorno ai venticinque piuttosto interessanti ridavano equilibrio al tutto.

Un quarto d’ora dopo i miei tortelli di zucca facevano bella mostra di sé in un piccolo piatto bianco sbeccato in più punti. La pasta era troppo sottile e troppo cotta. Il ripieno acquoso e insipido. La porzione decisamente scarsa. 

- Ragaz, spero che almeno la vostra pasta sia buona, perché sui tortelli proprio non ci siamo.

- Le penne sono scotte…

- Le orecchiette salatissime…

- E il pesto fa decisamente schifo…

Ci guardammo increduli. Locale sciatto, servizio scarso, cucina pessima.

- Dev’essere uno scherzo.

- Comincio a temere che barbabianca ci abbia preso per i fondelli.

- Eppure il locale è pieno, e vi garantisco che per riuscire a prenotare ho dovuto sudare sette camicie. – Alle cercava di giustificarsi – Può darsi che la loro forza sia nei secondi.

La ragazza ritornò poco dopo, e nello stesso modo confuso e approssimativo enunciò una bella lista di secondi, decisamente promettente:

- Filetto all’aceto balsamico, filetto al pepe verde, lonza di maiale con patate al forno, scaloppine al sugo di olive, fettine di vitello al vino bianco.

Ordinammo, ancora una volta a fatica, e quando lei portò via i piatti dei primi avanzati almeno per metà, realizzammo che ci aveva lasciato le medesime posate, ben incrostate di burro, zucca, pesto e pomodoro.

- Roba da matti, neanche al self-service…


Alla fine, arrivarono anche i secondi. E non erano meglio dei primi. Carne dura e di bassa qualità. Spezie in abbondanza per confondere il palato e contorni poco curati.

Guardai i miei amici. Come me, sembravano non credere al disastro totale del locale. Come me, cercarono di stemperare la delusione nei soliti discorsi, gli unici possibili fra cinque ventisettenni liberi e delusi. Disincantata filosofia di calcio e donne, viaggi e dischi, libri e dolori. Ci ritrovammo ancora una volta a misurare col metro spietato della condivisione le nostre disperse solitudini, i nostri sogni timidi e borghesi, la nostra cultura ostentata e asfittica. Alle a pontificare sui film di Wim Wenders, il Maestro, con i sorrisi superiori di chi capisce di cinema e la malinconia soffusa dell’ignoranza consapevole, consapevolmente ignorata. Cico come sempre a riscrivere i pensieri dei suoi commensali, lucidandoli di equilibrio, proporzionando concetti e sapori, ricordi e prospettive, teso al controllo globale, alla sorpresa del piùcheprevisto. Frank ad ascoltare e sottolineare frasi e umori con piccole alzate di sopracciglia, sorrisi vissuti e lievi avanzamenti di collo e spalle e malinconia. Il Lupo in silenzio, rigidissimo alla ricerca di una nicchia del discorso in cui calare un pezzettino di sé, una briciola di consapevolezza, un’ulteriore, disperata richiesta di sorrisi e considerazione.

E io lì. Perplesso e sgomento nella mia sforzata faccia di guascone. Io lì, a guardare la scena dall’alto, a sentirmi sputare battute e sentenze, a sudare ancora per trovare altre cadenze, altri accenti, altri riflessi da proporre per compensare il silenzio devastante di tutto quel nulla, il bisogno nudo e spietato della comunicazione.


- Alla fine pagheremo una cifra, e non abbiamo mangiato quasi niente.

I piatti erano tutti per metà pieni della carne e dei contorni. Nemmeno il Lupo era riuscito a finire il secondo.

- Continuo a non capire come un posto del genere possa avere successo

- Le mode… la gente si passa voce, e in poco tempo il locale sfonda. Ma con questa cucina rientrerà presto nei ranghi…

- Vabbè, ragazzi, è andata come doveva andare: abbiamo cenato con la sfiga, non ricordate? Quindi anche la cena è stata sfigata. Proviamo a vedere se andando da qualche altra parte la sfiga intende ricompensarci…

- Già, e la sfiga paga in figa, quando vuole, giusto?

- Giusto, per cui tutti a ballare, e vedrete che stasera si rimorchia!

Ci provavamo ancora, sissignori. Cercavamo di trovare ancora un po’ di entusiasmo sul fondo di quel venerdì sera ricco di prospettive e delusioni. Ancora, si provava a raschiare dal barile della gioventù nuova linfa per sorridere alle stelle fredde della nostra pochezza.

- Io ci sto, però ho bisogno di energie, non ho mangiato quasi niente. Vi va un dolcino?

- Vogliamo dare degli altri soldi a questi bastardi?

- Beh, i dolci sono sempre dolci. Che cena è se non finisce in un profiterol?

- Vabbè, vada per il dolce.

Un cenno alla ragazza, che sparecchiò del tutto incurante degli abbondantissimi avanzi. Non una parola di scuse, non un tentativo, anche piccolo, di trascinare un po’ di simpatia fuori dagli occhi gelidi.

- Che dolci avete?

Una pausa, lieve, impercettibile, nei movimenti dell’inesperta cameriera. Una sosta che forse solo io avvertii, dal momento che stava togliendo proprio il mio piatto dal tavolo, avvicinando così il busto al mio viso da sopra la spalla sinistra. Un lieve afflato di sudore raggiunse il mio naso. Un odore particolare, non così sgradevole, solo leggermente aspro. La camicetta tesa a un palmo dai miei occhi lasciava intravedere netta la forma del capezzolo, piccolo e turgido. Mi scoprii improvvisamente e inspiegabilmente eccitato.

Intanto, il Lupo ribadiva il concetto:

- Sì, che dolci avete? Lo prenderei volentieri anche io, un dolce.

- Un attimo solo, termino di sparecchiare poi vi leggo la lista.

Pochi minuti dopo la ragazza era di nuovo lì, con il suo taccuino, la sua camicetta rossa e i suoi occhi azzurri, proprio alla mia sinistra.

- Allora, come dolci abbiamo torta di pesche al cioccolato, tiramisù, profiterol, millefoglie con gelato alla vaniglia, mousse ai frutti di bosco, la mia figa allo yogurt e torta d’ananas al grand marnier.


Fu uno dei rari momenti di assoluta lucidità della mia esistenza. Uno di quei momenti in cui il tempo sembra scorrere più lento, e la tua percezione della realtà si eleva per qualche secondo molto al di sopra di quella dell’essere umano medio. Uno di quei momenti limpidi  e preziosi come diamanti purissimi, incastonati nel granito di un’occasione suprema e irripetibile. Istanti di perfezione, ciambelle di vita riuscite col buco nitido e circolare della totale consapevolezza. Senza darmi il tempo di pensare un microsecondo di più, dissi con tutta la calma e la serenità del mondo:

- Per me il penultimo che hai detto, grazie.

La dea dell’attimo non baciò altrettanto i miei commensali, che ebbero invece una reazione naturale, ragionevole, in ultima analisi umana. Fu l’equilibrio di Cico a precipitare nella polvere il dubbio angelico nella comprensione di tutti e quattro:

- Co…come? Non ho capito bene, può ripetere?

Mi sembrò di cogliere nei bulbi oculari della ragazza una velocissima rotazione nella mia direzione, non propriamente uno sguardo. Ma per un attimo il profumo del suo sudore aumentò leggermente di intensità, facendosi quasi pungente. Poi, con la stessa voce frettolosa e atona, ribadì la lista:

- Torta di pesche al cioccolato, tramisù, profiterol, millefoglie con gelato alla vaniglia, mousse ai frutti di bosco e torta d’ananas al grand marnier.

Poi, schiudendo le labbra in un sorriso, questa volta sì, un sorriso vero, il primo in tutta la serata:

- La torta allo yogurt l’abbiamo appena finita, mi spiace.


Ordinarono, i miei amici. E poco dopo due profiterol, un tiramisù e una mousse ai frutti di bosco arrivarono sulla tavola. Mi dissero che erano anche buoni. Sì, molto buoni.

Poi arrivò il padre, quello grosso e nero, e si rivolse a me.

- Se vuole, il suo dolce è pronto. Potrà gustarlo nella stanza accanto.

Lo disse indicandomi una porta chiusa, a fianco della cucina.

Non ebbi il cuore e le palle per guardare i miei amici. Mi alzai, e mi diressi lentamente verso la porta. Dopo pochi passi, l’uomo mi richiamò.

- Mi scusi… non dimentichi questo.

Mi girai. L’uomo mi porgeva un oggetto bianco. Lo guardai, sorrisi e lo presi. Poi mi girai di nuovo, raggiunsi la porta e varcai la soglia della stanza, col mio vasetto di yogurt ben fermo nella mano.


Alle era forse il mio migliore amico. Mi conosceva come il palmo delle sue mani. Mentre richiudevo la porta, mi giunsero nitide all’orecchio le sue parole, rivolte agli altri tre:

- E pensare che lo yogurt gli ha sempre fatto schifo…


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